A gennaio, quando Israele invase Gaza, scrissi queste note:
Quando, dopo l'armistizio dell'8 settembre '43, le truppe naziste calarono dal Brennero per stabilire il dominio sulla penisola, quale avrebbe dovuto essere la risposta "proporzionata" degli italiani a quest'invasione ? Come avrebbe dovuto attuarsi la difesa del loro suolo patrio e della libertà ?
Il dominio nazista non comportava che la loro vita fosse negata (se non per una cerchia ristretta di persone – gli ebrei-), ma che sarebbe stata fortemente limitata nelle sue possibilità, nella sua libertà appunto. Fu proporzionale allora una risposta armata che, reagendo all'oppressore, ne negava la vita, mentre l'obiettivo dell'oppressore era "solamente" quello di negare la libertà e non la vita ?
Gli italiani, invece di reagire militarmente, avrebbero dovuto forse accettare inizialmente questo dominio, sottostando ai limiti loro imposti, rinunciando ad essenziali diritti, confidando in una resistenza passiva o in altre forme di resistenza non-violenta, cercando di trattare, di convincere l’invasore del proprio errore ?
Piaccia o no, la reazione di Israele (Stato legittimamente istituito da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 1948) contro Hamas, con tutto quello che ne consegue a Gaza, rientra nella identica logica della reazione di chi sente la propria libertà e dignità violate e condizionate da un quotidiano stillicidio di minacce e violenze, e che non vede (come non vedevano gli alleati e i democratici antifascisti di fronte alla follia del nazi-fascismo) alcuna possibilità di trattativa. Rientra nella stessa logica che animava i bombardieri alleati che facevano strage anche di bambini sganciando bombe sulle città tedesche.
Ma - attenzione - affermare che si comprendono le motivazioni di Israele non significa però affermare che si ritenga razionale la sua azione militare. Infatti, mentre l'esercito tedesco era battibile - e dunque, per quanto terribile possa essere esprimersi in questo modo, la guerra aveva un senso - in questo caso ben difficilmente si comprende come possa essere sconfitto Hamas, tanto grande è infatti la ramificazione e il radicamento dell'estremismo che esso rappresenta. Rischia, piuttosto, questa guerra, di approfondire il conflitto.
Quindi a mio avviso Israele ha fatto una scelta estremamente rischiosa, probabilmente un grave errore, anche se di fronte a drammatiche ma indubitabili ragioni.
"...perchè pensare è faticoso...e la gente cerca tutte le scorciatoie per non pensare...io credo che ci sia la guerra perchè non si pensa...pensare è già la pace!" Cesare Zavattini
sabato 22 agosto 2009
lunedì 17 agosto 2009
PENSIERO GRECO E PENSIERO CRISTIANO
Vi possono essere due diversi modi per affrontare il problema del divenire e del nulla: il pensiero della legge e il pensiero dell'eterno.Il primo modo fu quello dei greci : il pensiero della realtà immutabile e delle sue leggi e dell' "ubris" (tracotanza) dell'uomo, che è punito se tenta di violarle; con questo pensiero i greci chinano il capo di fronte alla Necessità e alla Legge (Ananke e Logos), e inventano una razionalità disumana perchè odia l'assenza di limite (già con Pitagora, vero padre del pensiero ellenico). La morte è la fine della vita, di cui resta in eterno solo il principio (archè).
Il secondo modo è tipico del pensiero cristiano, che nasce fondamentalmente come sussulto dell'umanità "sventurata" (nel senso completo di Simone Weil, che pensa alla sventura come condizione insieme "sociale" e "creaturale"). Questo sussulto è anti-greco: non solo gli uomini persistono, quando prima svanivano, ma fin dalla Genesi sono invitati a mutare le loro sorti e considerati quindi liberi di agire nel mondo per modificarlo (U.Galimberti, Psiche e Techne). In questo sforzo tutto terreno, gli uomini rivendicano uguale dignità e non solo uguale facoltà razionale (vedi lo schiavo del "Menone" di Platone, che riesce a comprendere il teorema di Pitagora, ma che rimane schiavo: infatti, al greco che domina, interessa il principio e non la vita).
Vi è quindi una fondamentale doppiezza nel pensiero cristiano, non presente in quello greco: da una parte, la prospettiva eterna personale che riscatta oltre di noi (che è l'elemento "creaturale"), dall'altra, la rivendicazione di una dignità immanente e tutta carica di sovvertimento sociale, che riscatta qui ed ora.
Il vero cristiano sente, allo stesso modo, un doppio modo di essere oltre il mondo: da una parte, poichè invita al disvalore terreno e alla perfezione metafisica (la "vanità di vanità" dell'Ecclesiaste e della spiritualità orientale), dall'altro perchè sa che questo mondo è luogo del potere di dominio, cioè è in gran parte luogo dove si ruba "terreno" agli altri (Rousseau, Discorso sull'origine della disuguaglianza), cioè si ruba "vita terrena", dignità appunto.
Nelle Beatitudini a mio avviso c'è il netto richiamo a questa doppiezza, e i vangeli si completano: i "poveri" di Luca sono veramente coloro che vestono di stracci, mentre quelli di Matteo sono i santi, e sembra che per i primi sia evocata la salvezza terrena (infatti, se il paradiso è per i buoni, perchè bearne tutti i poveri ? Non esistono forse poveri "cattivi" ? Salvezza terrena allora, cioè riscatto sociale, anzitutto), per i secondi quella eterna, compimento della prima.
martedì 28 luglio 2009
ALLA MOSTRA DEL CANOVA
Ciò che dobbiamo realmente chiederci a proposito dell'arte non è che cosa essa sia o significhi, che cosa esprima o come si esprima, bensì, in realtà, - e l'ho capito in occasione della visita alla mostra del Canova a Forlì - a che cosa serva, se sia utile.
E questa visita lo è stata: il possesso della tessera COOP infatti mi ha consentito insperabilmente di usufruire di uno sconto di 3 € all'ingresso, coi quali potrò pagarmi l'accorciatura di un paio di pantaloni o 3 litri di gasolio.
E' spregio di valori estetici il mio, è dileggio ? No, non mi si può accusare di questo. Mi sento in colpa, ma per altre parole.
Chi ha sorbito il Bello, o assaporato la Verità, chi ha goduto di questo infinito privilegio ? Ebbene, chi lo ha fatto, quei pochi, rari fortunati che elevano se stessi oltre il bruto, ascoltino le mie parole: essi, poichè hanno conosciuto questo bene, ora lo potranno offendere liberamente, affrancati come sono ormai dal bisogno.
Come li invidio: è per questo che faccio teatro dei miei affetti. Non vi è nulla in essi che abbia la pretesa di essere specchio di qualcosa, immagine vera.
La bellezza è sempre convulsa, anche quella classica: senza di essa non c'è alcun palpito nè coscienza. Venere, Psiche, Ebe, Flora, non sono che immagini dell'Anima, della giovinezza insita nel suo stupore.
E questa visita lo è stata: il possesso della tessera COOP infatti mi ha consentito insperabilmente di usufruire di uno sconto di 3 € all'ingresso, coi quali potrò pagarmi l'accorciatura di un paio di pantaloni o 3 litri di gasolio.
E' spregio di valori estetici il mio, è dileggio ? No, non mi si può accusare di questo. Mi sento in colpa, ma per altre parole.
Chi ha sorbito il Bello, o assaporato la Verità, chi ha goduto di questo infinito privilegio ? Ebbene, chi lo ha fatto, quei pochi, rari fortunati che elevano se stessi oltre il bruto, ascoltino le mie parole: essi, poichè hanno conosciuto questo bene, ora lo potranno offendere liberamente, affrancati come sono ormai dal bisogno.
Come li invidio: è per questo che faccio teatro dei miei affetti. Non vi è nulla in essi che abbia la pretesa di essere specchio di qualcosa, immagine vera.
La bellezza è sempre convulsa, anche quella classica: senza di essa non c'è alcun palpito nè coscienza. Venere, Psiche, Ebe, Flora, non sono che immagini dell'Anima, della giovinezza insita nel suo stupore.
domenica 12 luglio 2009
I TRIBUNALI ECCLESIASTICI (da "I fratelli Karamazov")
Nelle pagine iniziali del romanzo si discute a proposito delle tesi del libro "Fondamenti della giustizia ecclesiastica" e della risposta polemica data ad esse da Ivan K. in un articolo che lo ha reso popolare.
Le tesi fondamentali del libro sono: 1) l'amministrazione della giustizia civile e penale non deve appartenere alla Chiesa 2) il regno della Chiesa non è di questo mondo. La Chiesa non può pretendere, per la sua natura, di sostituirsi al mondo, dunque ne può essere solo un elemento; non vi è quindi una mescolanza fra Chiesa e mondo; la Chiesa rinuncia alle sue pretese di istituire un Regno.
La tesi di Ivan K. (condivisa dai due ieromonaci) è invece che la Chiesa miri a costituirsi come Regno, a includere in sé tutto lo Stato, sia pure come obiettivo ideale. In uno Stato ecclesiastico, poi, la Chiesa avrebbe da fare ben altro che tagliare teste e infliggere altre pene. Il male infatti sarebbe espulso; chi infatti compisse atti criminosi, si porrebbe non tanto contro gli uomini, ma contro Cristo: chi potrebbe mai ardire a tanto ?
Ma se anche ora esistessero dei tribunali ecclesiastici, la concezione del delitto e della pena sarebbe molto diversa da quella di uno Stato laico; si mirerebbe non all'amputazione del membro infetto, ma alla rigenerazione dell'individuo, alla sua resurrezione, alla sua salvezza.
Interviene ora lo starec Zosima: anche adesso la presenza della Chiesa è un freno al malaffare, anzi l'unico freno, poiché i principi a cui essa si ispira risiedono nell'interiorità dell'individuo, nella voce della sua coscienza. Egli propone dunque un'identificazione fra precetti religiosi e coscienza morale.
Il giudizio della Chiesa sul bene e sul male è l'unico che racchiude in sé la verità; lo Stato infatti definisce un delitto in base a norme che mirano solamente a tutelare privilegi e soprusi dei più forti sui più deboli e non gli interessa l'idea del bene (che è poi l'idea di ciò che l'uomo è veramente, la sua intima essenza cristiana), che invece interessa alla Chiesa. La legge dello Stato è estrinseca all'individuo, cerca di imporgli qualcosa di ostile, mentre la legge religiosa è intrinseca all'uomo; dunque l'uomo che ha sbagliato può riconoscerla come sua e può ravvedersi. La Chiesa ama tutti gli uomini, anche i malfattori, perché li ritiene tutti partecipi ,anche se spesso ignari, del Regno di Dio e delle sue leggi; lo Stato odia i malfattori, perché essi non possono condividere le sue leggi molto spesso ingiuste.
Le tesi fondamentali del libro sono: 1) l'amministrazione della giustizia civile e penale non deve appartenere alla Chiesa 2) il regno della Chiesa non è di questo mondo. La Chiesa non può pretendere, per la sua natura, di sostituirsi al mondo, dunque ne può essere solo un elemento; non vi è quindi una mescolanza fra Chiesa e mondo; la Chiesa rinuncia alle sue pretese di istituire un Regno.
La tesi di Ivan K. (condivisa dai due ieromonaci) è invece che la Chiesa miri a costituirsi come Regno, a includere in sé tutto lo Stato, sia pure come obiettivo ideale. In uno Stato ecclesiastico, poi, la Chiesa avrebbe da fare ben altro che tagliare teste e infliggere altre pene. Il male infatti sarebbe espulso; chi infatti compisse atti criminosi, si porrebbe non tanto contro gli uomini, ma contro Cristo: chi potrebbe mai ardire a tanto ?
Ma se anche ora esistessero dei tribunali ecclesiastici, la concezione del delitto e della pena sarebbe molto diversa da quella di uno Stato laico; si mirerebbe non all'amputazione del membro infetto, ma alla rigenerazione dell'individuo, alla sua resurrezione, alla sua salvezza.
Interviene ora lo starec Zosima: anche adesso la presenza della Chiesa è un freno al malaffare, anzi l'unico freno, poiché i principi a cui essa si ispira risiedono nell'interiorità dell'individuo, nella voce della sua coscienza. Egli propone dunque un'identificazione fra precetti religiosi e coscienza morale.
Il giudizio della Chiesa sul bene e sul male è l'unico che racchiude in sé la verità; lo Stato infatti definisce un delitto in base a norme che mirano solamente a tutelare privilegi e soprusi dei più forti sui più deboli e non gli interessa l'idea del bene (che è poi l'idea di ciò che l'uomo è veramente, la sua intima essenza cristiana), che invece interessa alla Chiesa. La legge dello Stato è estrinseca all'individuo, cerca di imporgli qualcosa di ostile, mentre la legge religiosa è intrinseca all'uomo; dunque l'uomo che ha sbagliato può riconoscerla come sua e può ravvedersi. La Chiesa ama tutti gli uomini, anche i malfattori, perché li ritiene tutti partecipi ,anche se spesso ignari, del Regno di Dio e delle sue leggi; lo Stato odia i malfattori, perché essi non possono condividere le sue leggi molto spesso ingiuste.
giovedì 9 luglio 2009
AUSCHWITZ
Il male suscita il nostro sconcerto e ci sgomenta perché è un paradosso: è qualcosa che è -nella vita- contro la vita, si oppone alla nostra volontà di vivere.
Di fronte a certi drammi la nostra coscienza può, se non accettare, almeno sopportare questo male, se lo considera frutto di una necessità inevitabile.Il filosofo Ricoeur dice però che il male di Auschwitz supera le nostre capacità di sopportazione.
Perché questo male è insopportabile ? Perché in questo caso si tratta di male provocato dall'uomo. Noi sentiamo una voce dentro che ci dice che questo male avrebbe potuto essere evitato.Ecco l'enorme problema della libertà. Se veramente l'uomo è libero, Auschwitz è insopportabile.Il male in sé è ingiusto, sempre. Difficilmente può essere accettato. Tuttavia diventa insopportabile quando viene sentito come evitabile.
Ma Auschwitz poteva essere veramente evitato ? E ciò che noi consideriamo "vita", ovvero quello che è l'ideale di vita a cui il male si oppone (per cui noi inorridiamo), che "vita" è ? E' la vita vera o un nostro desiderio ? Questa vita è certamente anche una nostra volontà. Ma siamo sicuri di "volere" bene, di essere nel giusto "volendo in questo modo” ? Quanto conta, in una considerazione totale dell'essere, questa volontà ?
Di fronte a certi drammi la nostra coscienza può, se non accettare, almeno sopportare questo male, se lo considera frutto di una necessità inevitabile.Il filosofo Ricoeur dice però che il male di Auschwitz supera le nostre capacità di sopportazione.
Perché questo male è insopportabile ? Perché in questo caso si tratta di male provocato dall'uomo. Noi sentiamo una voce dentro che ci dice che questo male avrebbe potuto essere evitato.Ecco l'enorme problema della libertà. Se veramente l'uomo è libero, Auschwitz è insopportabile.Il male in sé è ingiusto, sempre. Difficilmente può essere accettato. Tuttavia diventa insopportabile quando viene sentito come evitabile.
Ma Auschwitz poteva essere veramente evitato ? E ciò che noi consideriamo "vita", ovvero quello che è l'ideale di vita a cui il male si oppone (per cui noi inorridiamo), che "vita" è ? E' la vita vera o un nostro desiderio ? Questa vita è certamente anche una nostra volontà. Ma siamo sicuri di "volere" bene, di essere nel giusto "volendo in questo modo” ? Quanto conta, in una considerazione totale dell'essere, questa volontà ?
giovedì 2 luglio 2009
COS'E' L'AMORE
Da un'intervista a Monica Guerritore, tratta da Panorama del 15-10-1995:
"L'amore è fine a se stesso. La frase che più mi ha colpito, e che più mi corrisponde, è il finale della "Strada di Swann", quando lui dice : "e pensare che ho pianto, sofferto, voluto morire, per una donna che non amavo e che non era il mio tipo". Questo è l'amore. Tra uomo è donna poi c'è un equivoco di fondo: il problema è la mancanza, il lutto per ciò che non si ha. Allora l'uomo cerca la mamma. E la donna ? Cerca il padre ? No, la donna cerca anche lei la mamma. Che dramma."
"L'amore è fine a se stesso. La frase che più mi ha colpito, e che più mi corrisponde, è il finale della "Strada di Swann", quando lui dice : "e pensare che ho pianto, sofferto, voluto morire, per una donna che non amavo e che non era il mio tipo". Questo è l'amore. Tra uomo è donna poi c'è un equivoco di fondo: il problema è la mancanza, il lutto per ciò che non si ha. Allora l'uomo cerca la mamma. E la donna ? Cerca il padre ? No, la donna cerca anche lei la mamma. Che dramma."
mercoledì 1 luglio 2009
LA BESTIA UMANA
L'ipocrita rispetto del prossimo esprime la sua natura ipocrita nello spreco della sostanza delle cose all'indifferente chiacchiericcio sul nulla. Dai suoi vuoti paradisi l'uomo sbilancia il proprio essere verso quella verità che egli vuole negare: quindi egli tasta il terreno come accorto animale, in base alla propria salute e alla propria prestanza, pronto a mostrare muscoli e nervi e livree colorate, stati di salute atti al combattimento e toni di parole come annunci di lotta. Lo nutrono sogni di grandezza, grandi illusioni di valore, la sua speranza è quella di diffondere il germe di un nuovo senso. Addirittura apparentemente gentile, svela la pochezza del suo inganno nell'assoluta noia che coglie gli uomini che ascoltano le sue parole. Nel nulla del suo dire c'è il tutto del suo essere nulla.
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