lunedì 15 novembre 2010

Scrosci di luce su specchi
nei vacui reticoli
del ripostiglio.
Un cassetto è aperto
su un'unghia.
La polvere rinsecola
le lampadine.
E io osservo
la statuina dei cani,
attacco una puntina
sul laminato.

LA SALAMANDRA

Ah, per non morire
ti sotterri !
Una crepa ballerina
è la tua giovane vita.
Trapassa il tuo fango
una vana luce;
hai due vite,
una crepa ballerina
ti rivela.
Non si può dire che l'amore ci assolva
come un tempo, quando nel tuo petto vedevo
profondi dilegui di finestre aperte
e t'abissavi per strette scale, fino alla vetta,
dove a guardar giù nessuno ardiva.
Solo tu sporgevi i piedi di quel tanto
da far tremare a vederti, ed era quel tanto
che ognuno di noi amava, quel già tuo
che a ognuno di noi mancava.
Forse troppa luce ci colse, o assenze;
pigiati in stipiti, costretti:
quella libertà ha dato infine limite e fine e tempo,
le gioie sono altre, vanno ancora insieme
ai giorni belli, altri sono questi
con una nuova purezza, altri amori
d'un altra bellezza.

UN DE' (Un giorno)

Un dè a i'ho incuntrè on
c'um ha guardè
e u'm ha dett: "Madona, s-ci bianc!
Tani vè a e mer ?"
Dop un pò, incotar un'etar
ch'um fa "Mo a sit in forma ?"
E pu dop un'etar incora
um guerda:
"S-ci megar !"
Alora a'i'ho capì
c'l era ora
d'andè da e barbir.
E basta poc.

(Traduzione: Un giorno ho incontrato uno/ che mi ha guardato/ e mi ha detto:" Madonna, come sei bianco!/ Non vai al mare ?/ Dopo un po' incontro un altro/ che mi fa: "Ma sei in forma ?"/ E poi dopo un altro ancora/ mi guarda:/ "Come sei magro!"/ Allora ho capito/ che era ora/  di andare dal barbiere./ Basta poco.)

GLI ITALIANI POPOLO ILARE

Quello italiano è un popolo ilare. In ogni tavolata, in ogni luogo di lavoro, laddove un gruppetto di amici e confidenti si riunisca, la sghignazzata la fa da padrona. Non c'è momento in cui, di fronte a un lavoro da eseguire, un progetto da perseguire, un'idea da sviluppare e concretizzare, un gruppetto di italiani non finisca per ridersela di qualcosa e di qualcuno. Se si presta la dovuta attenzione a questo fenomeno, si finisce ben presto per scoprirne il motivo. E' noto che spesso i moti dell'animo - come il riso, o la commozione - nascono da un contrasto, una contraddizione presente fra due fenomeni concomitanti. Ad esempio, il riso che si prova per la caduta di uno sventurato passante che scivola sulla neve è dato dal contrasto fra due stati che si negano reciprocamente - l'essere in piedi e l'essere in terra - ,in generale fra un'idea di conservazione e una di distruzione (ecco perchè il tragico è l'altra faccia della medaglia del comico). Ci si commuove poi per la vita, - la sua nascita, in particolare - perchè rappresenta la concreta sconfitta della morte. L'italiano che se la ride e se la sghignazza vive quindi un contrasto, e questo è dato dal fatto che egli, mentre persegue un fine, sente in cuor suo che può deviarne quando lo desidera, che la regola che dovrebbe guidarlo può essere violata, che può fare in sostanza ciò che desidera.

sabato 12 giugno 2010

POIESIS E SAPHES

Nel momento in cui nasce la filosofia, avviene l'avvicendamento - all'interno della storia del pensiero umano - di due concetti: si passa dalla "poiesis" a ciò che è "saphes" (=luminoso). Poiesis è creazione dell'uomo, il suo intervento attivo che genera il racconto della realtà; "saphes" è invece ciò che si mostra agli occhi dell'uomo che passivamente riceve ciò che la realtà gli rimanda, la realtà stessa che si mostra così com'è. La differenza fondamentale di questi due atti umani è che nel primo caso è esclusa l'universalità: ogni uomo, ogni cultura, interviene a definire soggettivamente ordini del cosmo e immagini che non coincidono con quelle di altri uomi e altre culture. Nel campo della "poiesis" l'azione umana è libera e multiforme, mentre nel campo del "saphes" è la realtà a imporsi, e agli uomini è dato solamente prendere atto di ciò che si mostra, eliminando qualsiasi elemento soggettivo. In tal modo emerge la realtà spogliata dal suo velo, così come essa è, disponibile alla comprensione universale.

lunedì 7 giugno 2010

IL BENE COMUNE

Possiamo parlare di "bene comune" soltanto se lo intendiamo come "estensione universale dei diritti". Come è noto, la conquista dei diritti è progressiva, incompiuta e sempre annullabile. Di fatto e storicamente, le classi dominanti (che fondano il loro dominio sulla proprietà) hanno sempre detenuto lo spazio maggiore di liberà. Questa è l'evidenza dei fatti. "Bene comune" non significa altro che perdita da parte di una classe dominante di spazi di dominio ed acquisizione da parte di un' altra classe del diritto ad eguale spazio. "Bene comune" significa quindi conflitto fra una classe che detiene diritti che vuole mantenere, e un'altra classe che gode di meno diritti e che ne vuole acquisire. Ecco perchè il "bene comune"
- non è un terreno comune di intesa, ma è un campo di battaglia;
- non è un minimo comun denominatore che accomuna, ma un oggetto che deve essere spostato da una parte all'altra;
- non è la ragionevolezza di una intesa, ma è scontro vitale.
Parlare di "bene comune" è storicamente un non-senso, poichè nella logica dello sfruttamento (basata sul concetto di proprietà), si assiste solamente all'inseguimento, da parte di classi oppresse, della propria dignità, alla lotta di classi subalterne contro classi dominanti che con tutte le loro forze vorrebbero mantenere il dominio.