giovedì 17 settembre 2009

DEI

Non siamo più abituati agli Dei. Non siamo più popolati dalla loro presenza, non esistono più - o hanno perso autorità - i mediatori culturali che anticamente ci consentivano di sentirne la vicinanza.

L'Illuminismo razonalista ha bocciato come pura invenzione la pregnanza dei simboli, la loro forza irrinunciabile, imponderabile ma necessaria. Li ha relegati nell'indifferenza, ma essi continuano a esistere e influenzare la nostra vita. Anzi, poichè li abbiamo ricacciati nell'inconscio, essi accumulano al nostro interno maggiore energia, col rischio persino di travolgerci, come dimostrano le catastrofi del '900, dalle dittature alle guerre mondiali.

Se l'Amore è il "numinoso" (cioè l'affascinante, con un richiamo alla natura "divina", del "nume") che ci appare come controparte inconscia - e completante - del Sè, allora il rischio è quello che parti dell'inconscio irrompano in noi con la loro "numinosità", col loro fascino irresistibile, e poichè con esse non abbiamo più consuetudine, che invadano lo spazio della psiche, dominandolo completamente.

Jung infatti diceva che nel tempo ci si innamora con meno passione, poichè l'individuo ha imparato ad avere confidenza con queste parti inconscie e ad integrarle più o meno parzialmente nel prorio Sè.

lunedì 14 settembre 2009

IL BARBIERE DI RUSSELL

Il filosofo e matematico B.Russell propose all'inizio del '900 questo rompicapo: "In un paese esiste un barbiere che rade tutti e solo coloro che non si radono da soli. Chi rade il barbiere ?"

Le soluzioni possono essere ovviamente solo due: 1. che il barbiere rada se stesso 2. che il barbiere non rada se stesso; ma in entrambi i casi abbiamo un'antinomia, cioè una contraddizione, che rende impossibili entrambe le soluzioni. Vediamo perchè.
1. Nel primo caso, possiamo formulare il seguente sillogismo:
-Il barbiere rade solo coloro che non si radono da soli
-il barbiere rade se stesso
dunque
-il barbiere non rade se stesso
(la contraddizione consiste nel fatto che, se il barbiere rade se stesso, allora non rade se stesso: dunque è impossibile che rada se stesso, perchè questo porterebbe a una soluzione contraddittoria).
2.Nel secondo caso, possiamo formulare il seguente sillogismo:
-Il barbiere rade solo coloro che non si radono da soli
-il barbiere non rade se stesso
dunque
-il barbiere rade se stesso
(la contraddizione consiste nel fatto che, se il barbiere non rade se stesso, allora rade se stesso: dunque è impossibile che non rada se stesso, perchè anche questo porterebbe a una soluzione contraddittoria).

Dunque, il barbiere non può radersi, ma, allo stesso tempo, non può non radersi.
Essendo questa a sua volta una contraddizione, essa rende impossibile la condizione iniziale, cioè che esista un barbiere che rada tutti coloro che non si radono, dal momento che questa condizione porterebbe ad un assurdo.

Quindi, non può essere vero che in un paese esista un barbiere che rade solo coloro che non si radono da soli, e Lord Russell si è burlato di noi.

(P.S. Nell'antichità vengono spesso usate antinomie per dimostrare che la realtà o non esiste, oppure è solamente illusione)

sabato 5 settembre 2009

DONNE - Toni Wolff

"...l'Anima spesso si proietta in una donna concreta, e tale proiezione conferisce a quella donna la numinosità dell'inconscio, al punto che essa acquista davvero il fascino di una Dea... Toni Wolff era forse la più adatta a farsi portatrice della proiezione di tale figura. Non era bella nel senso classico del termine, ma poteva apparire ben più che bella , più simile a una Dea che a una donna mortale" (B.Hannah, Vita e opere di C.G.Jung, Rusconi, pp.164-165)

martedì 1 settembre 2009

FUORI DAL TAO

C.G. Jung amava raccontare un episodio, raccontatogli da un amico che vi aveva assistito, che ha come protagonista un "mago della pioggia" cinese.

Questi viene convocato - per le sue facoltà - in un villaggio che da lunghi mesi sta subendo una siccità interminabile, che nessuna invocazione è riuscita a debellare. Giunto con un carro sul posto, non appena ne discende e si rende conto del luogo in cui si trova, una espressione di disgusto lo prende; allora si fa condurre in una capanna vicina al villaggio dicendo di non volere essere assolutamente disturbato e che il cibo gli sia lasciato fuori. Trascorrono tre giorni, dopo i quali un tumultuoso temporale si addensa sul villaggio e comincia a piovere a dirotto e persino a nevicare. Nel tripudio generale, gli viene chiesto: "Ma allora è stato lei a far piovere ?" "Assolutamente no !" risponde. "Io ho solo fatto questo: quando sono arrivato qui, ho sentito immediatamente che la gente del posto viveva fuori del Tao e me ne sono fatto contagiare, allora mi sono dovuto allontanare per ritrovarlo, e rientrare in esso. Sono stato da solo tre giorni nella capanna, e l'ho ritrovato. In quel momento è iniziato a piovere".

Jung riferisce questa storiella per mettere in evidenza come possa esservi una sincronicità fra eventi individuali ed eventi più generali, e che il rientrare nel Tao - potremmo chiamarlo il ritrovare o il rientrare in se stessi - possa collegarsi alla vita del mondo che ci circonda e a quella del Cosmo intero. In generale, Jung invita ad utilizzare la categoria della "sincronicità" rispetto a quella - tipicamente occidentale - della "causalità".

Potrebbe allora essere un bell'esercizio quello di sviluppare la capacità di sentire - proprio nel senso di "percepire" -, in ogni luogo in cui si trova, se sia presente o meno il Tao, se la gente, gli ambienti che frequentiamo, siano nel Tao, oppure se si viva nella disarmonia, nell'incompletezza, e cercare - nel caso di percezione dell'armonia - di farsene assorbire, di scrutarne il senso, e nel caso contrario, di mutare noi stessi, se non per influire su ciò che ci circonda (il mago non causa la pioggia!) , per evocare la Totalità (per gran parte del pensiero orientale non c'è differenza fra e Mondo, quindi il , il pensiero, evocano il Mondo, lo rappresentano, ne sono immagine).

P.S. Negli ultimi tempi mi sono accorto (io non porto ancora occhiali) che il mio occhio destro ci vede meno da vicino, mentre il sinistro ci vede ancora perfettamente. Ma mentre scrivo queste righe, mi sono accorto che adesso è il sinistro a vederci meno, mentre è il destro che ci vede perfettamente !

mercoledì 26 agosto 2009

AUTONOMIA DELL'UOMO E DEMOCRAZIA

Suscitano in me perplessità posizioni come quella di P. Flores d'Arcais - espressa sul Manifesto di domenica 23/8 - che, affermando l'autonomia dell'uomo da Dio, sembrano per ciò dare per scontato il relativismo.

Si dice: se Dio non esiste - e dunque l'uomo è auto-nòmos e si dà da solo le sue leggi - allora per ciò stesso l'umanità si esprime in una pluralità ed eterogeneità di scopi e valori, e la Democrazia è l'esercizio quotidiano che si fa per conciliare o almeno dare eguale dignità alle infinite forme esistenziali: la "laicità" è proprio lo spazio in cui esse possono convivere. Premessa di questa convivenza è che si riconosca la propria come una verità "relativa" e non assoluta, e che dunque essa non possa avere la pretesa di imporsi sulle altre, come invece tende ad imporsi una verità ritenuta universale e assoluta.

Io ritengo tuttavia che l'autonomia dell'uomo da Dio non sia incompatibile con l'idea e il perseguimento di princìpi universali immanenti e che la Democrazia sia compatibile anche con l'idea di un principio universale - di qualsiasi natura esso sia, trascendente o immanente - che si possa costruire con pazienza e fatica nella tolleranza, generata quest'ultima non dall'umiltà data dalla cosapevolezza della molteplicità ontologica dei significati - che li equipara -, ma dalla consapevolezza delle difficoltà che l'uomo incontra ad avvicinarsi all'unico significato universale.

lunedì 24 agosto 2009

LA BELLEZZA

Dice Platone nel Simposio che l'amore è il desiderio di procreare nel bello con il corpo o con la mente: a un certo punto gli uomini, desiderosi di perpetuarsi (sia attraverso la generazione di corpi, sia attraverso la creazione di Leggi e di altre opere dello spirito) cercano di avvicinarsi alla bellezza, dalla quale vengono fecondati e resi creativi.

Ma cosa è allora, propriamente, la bellezza ? Mi viene fatto di pensare che ciò che ci rende veramente creativi, fecondi e, di fatto, vivi, possa essere solo il senso della potenza del Sè, che è anzitutto senso primario e fisico, e che quindi la bellezza sia anzitutto incarnata da tutto ciò che noi pensiamo possa potenziarci primariamente come persone concrete e viventi.

L'esperienza originaria della bellezza non può consistere dunque altro che nell'esperienza di un corpo materno, che ci dona la dignità di esistere, bellezza che seduce, che conduce a sè nello spazio vivente, radice fisica del pensiero, e che conserva la sua traccia in ogni bellezza, nella quale vediamo rispecchiata l'evidenza di una ragione nella quale collocarci, derivata dal senso fisico che il Sè possiede di esistere nel mondo.

sabato 22 agosto 2009

SUL CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO

A gennaio, quando Israele invase Gaza, scrissi queste note:

Quando, dopo l'armistizio dell'8 settembre '43, le truppe naziste calarono dal Brennero per stabilire il dominio sulla penisola, quale avrebbe dovuto essere la risposta "proporzionata" degli italiani a quest'invasione ? Come avrebbe dovuto attuarsi la difesa del loro suolo patrio e della libertà ?

Il dominio nazista non comportava che la loro vita fosse negata (se non per una cerchia ristretta di persone – gli ebrei-), ma che sarebbe stata fortemente limitata nelle sue possibilità, nella sua libertà appunto. Fu proporzionale allora una risposta armata che, reagendo all'oppressore, ne negava la vita, mentre l'obiettivo dell'oppressore era "solamente" quello di negare la libertà e non la vita ?

Gli italiani, invece di reagire militarmente, avrebbero dovuto forse accettare inizialmente questo dominio, sottostando ai limiti loro imposti, rinunciando ad essenziali diritti, confidando in una resistenza passiva o in altre forme di resistenza non-violenta, cercando di trattare, di convincere l’invasore del proprio errore ?

Piaccia o no, la reazione di Israele (Stato legittimamente istituito da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 1948) contro Hamas, con tutto quello che ne consegue a Gaza, rientra nella identica logica della reazione di chi sente la propria libertà e dignità violate e condizionate da un quotidiano stillicidio di minacce e violenze, e che non vede (come non vedevano gli alleati e i democratici antifascisti di fronte alla follia del nazi-fascismo) alcuna possibilità di trattativa. Rientra nella stessa logica che animava i bombardieri alleati che facevano strage anche di bambini sganciando bombe sulle città tedesche.

Ma - attenzione - affermare che si comprendono le motivazioni di Israele non significa però affermare che si ritenga razionale la sua azione militare. Infatti, mentre l'esercito tedesco era battibile - e dunque, per quanto terribile possa essere esprimersi in questo modo, la guerra aveva un senso - in questo caso ben difficilmente si comprende come possa essere sconfitto Hamas, tanto grande è infatti la ramificazione e il radicamento dell'estremismo che esso rappresenta. Rischia, piuttosto, questa guerra, di approfondire il conflitto.

Quindi a mio avviso Israele ha fatto una scelta estremamente rischiosa, probabilmente un grave errore, anche se di fronte a drammatiche ma indubitabili ragioni.